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II
primo documento scritto sulla storia del Giglio lo troviamo con
Giulio Cesare, che rammenta l'isola nel De bello civili, il suo
diario di guerra scritto per ricordare la lotta civile contro
Pompeo. In questo pur breve accenno Cesare ci fa sapere che Lucio
Domizio Enobarbo, che parteggiava per Pompeo, armò sette
navi leggere e veleggiò verso Marsiglia.
Gli equipaggi di queste sette navi erano appunto del Giglio, dove
Lucio Domizio possedeva schiavi, liberi e coloni. Dal breve accenno
di Cesare si ricavano conclusioni importanti: prima di tutto apprendiamo
che l'isola apparteneva alla famiglia degli Enobarbi, una delle
più eminenti di Roma; inoltre, il fatto che Domizio potè
equipaggiare totalmente sette navi, ci dice che il Giglio doveva
avere discreta popolazione ed una certa importanza, che deriva
forse dalla presenza di così illustri signori. Ed è
proprio Lucio Domizio Enobarbo il proprietario della grandiosa
villa patrizia che sorgeva nelle vicinanze del porto, dominante
la cala del Saraceno e il mare. Nella cala del Saraceno ancora
oggi si possono vedere sott'acqua dei muri che, da poca profondità,
si alzano fino al livello del mare. Anche questa costruzione era
un altro elemento della villa: si trattava infatti della "cetaria",
ossia di quei vivai di pesci che i ricchi romani, secondo la moda
del tempo, erano soliti tenere presso le loro ville marine. Purtroppo
oggi della villa in se stessa rimane ben poco, ma fino a pochi
decenni or sono era possibile vedere camere sotterranee, lunghi
corridoi comunicanti col mare, molti muri di "opus reticulatum"
(muratura con pietre a forma cubica leggermente piramidata, disposte
in modo da formare un paramento murario a forma di reticolato),
resti di porfido, agata, diaspri, serpentini e marmi verdi, rossi,
gialli, lucenti come specchi, che riuscivano a dare l'idea di
ciò che doveva essere la villa con grandiosità di
portici, di terrazze, con magnificenza di marmi svariati e preziosi
e con meravigliosi pavimenti a mosaico. Il mosaico del pavimento
n. 1 documenta un tappeto di stelle a quattro punte in tessere
nere distese su fondo bianco incorniciato da un'ampia bordura
bianca, una doppia treccia, una fascia bianca e una nera. Il secondo
pavimento a mosaico rappresenta, in nero su fondo bianco, un reticolato
di quadrati, con lati formati da quadratini tangenti agli angoli,
circoscritti ad un quadrato lineare, contenente un quadrato con
lati concavi. La semplice bordura è formata da un'ampia
fascia nera seguita da due bande di diversa larghezza, di colore
bianco e nero. A sale di maggiore sontuosità o di rappresentanza
dovevano appartenere pavimenti in "opus sectile": il
primo con lastrine in marmo bianco, giallo antico e porfido verde,
disposte secondo lo schema della stella a otto punte; il secondo
è una raffinata composizione realizzata in marmo bianco,
pietra nera non identificabile, porfido rosso, porfido verde,
giallo antico, formata da cerchi con quadrati inscritti alternati
a cerchi con foglie lanceolate, attorno ad un quadrato con lati
concavi e croce decussata. Nel primo rilievo affrontato nel 1948
dalla Soprintendenza sono evidenziati i due corpi principali della
villa distinti su due livelli: il nucleo superiore, probabilmente
la "pars" residenziale, in cui sono distribuiti i mosaici
e le strutture, che sono andate perse, e la terrazza panoramica,
a livello inferiore, caratterizzata da una poderosa struttura
semicircolare, rinforzata da una muratura intera continua a linea
spezzata, oggi inglobata in un albergo. Studi archeologici su
alcuni tegoli trovati presso la villa hanno dimostrato che questa
è stata costruita pochi anni prima dell'inizio dell'era
cristiana e ampliata alla fine del primo secolo dopo Cristo, periodo
in cui si iniziava la costruzione della villa della vicina Isola
di Giannutri. Nei pressi della villa sono stati ritrovati, inoltre,
pezzi di tubo di piombo che conducevano l'acqua dai vicini colli,
medaglie romane antiche, di rame, d'argento ed alcune d'oro, un
piccolo bue di bronzo, ossa umane contenute in ziri di terracotta
sotterrati, un grosso capitello di stile corinzio che ora, rovesciato,
fa da base alla pila dell'acqua santa nella chiesa parrocchiale
di Giglio Castello. Numerosissimi sono comunque i reperti archeologici
del periodo romano rinvenuti al Giglio: antiche costruzioni, che
testimoniano l'effettiva esistenza della comunità di coloni
dei Domizi, e carcasse di antiche navi romane, rinvenute negli
ultimi anni presso gli scogli delle Scole, piene di anfore che
dovevano servire al trasporto dell'olio e del vino. Ciò
dimostra una prosperosa attività commerciale fra la piccola
comunità del Giglio e la capitale dell'Impero. I romani,
inoltre, lavoravano il granito che veniva adoperato per ornare
palazzi e ville. I vecchi scalpellini raccontano di aver trovato
nelle cave di granito dei fori tutti allineati. I romani immettevano
a forza nel foro dei cunei di legno, quindi li bagnavano e, a
causa del loro ingrossamento, avveniva la frattura del granito
usato per ottenere le colonne grigiastre numerose a Roma.
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