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| Consultando testi specifici e i dati relativi ad un
censimento sulle arti e sui mestieri dell'Isola del Giglio
svolto nell'anno 1920, sono state individuate le attività
sulle quali si basava l'economia gigliese, nella prima metà
del secolo. Queste erano: Navigazione Pesca ,Estrazione della
pirite, Escavazione del granito, Viticoltura .Dall'indagine
è emerso che la maggior parte delle donne si dedicava alle
attività domestiche. Tale mansione era censita come 'Atta
a casa'. Per conoscere più a fondo e scoprire, attraverso
la testimonianza diretta, questi antichi mestieri, sono stati
intervistati i rappresentanti di ciascuna attività le loro
risposte sono state sintetizzate ed integrate con ricerche.
Sono stati raccolti, catalogati, osservati, analizzati e descritti,
nella loro struttura e funzionalità, vecchi mezzi, strumenti,
utensili e manufatti. Infine, le diverse conoscenze acquisite.
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Le barche fin dai tempi più antichi erano a vela, erano
piccole e potevano raggiungere un peso massimo di 130/180
tonnellate. Spesso erano fabbricate in legno: prima si costruiva
l'ossatura, poi gli staminari e infine veniva ricoperta con
il fasciame. Le vele erano di cotone e di canapa cucite o
a quadrati o a strisce molto lunghe, larghe dai 20 ai 100
centimetri a seconda della grandezza della vela. Su un "tré
alberi" c'erano diversi tipi di vele: sulla prua c'erano i
contro fiocchi, su un grande albero c'era il velaccio, la
freccia e la carboniera, invece su un altro albero c'erano
i fiocchi, il barrì, il triangolo e la maestra. A seconda
del tempo si issavano o ammainavano due o più vele. A bordo
della, nave c'era un rocchettone in cui era avvolta una corda
che ogni tanto, aveva un nodo, serviva per misurare la velocità
e per stabilire il punto nave. In caso di pericolo o per qualsiasi
altra necessità veniva calata a mare una scialuppa con la
quale i marinai, remando, potevano trainare il veliero verso
acque più tranquille. Sulla barca caricavano ogni genere di
mercanzia: frumento, legumi, mattoni, cemento e qualche volta
trasportavano anche passeggeri. Le barche del Giglio erano
pitturate con colori accesi per essere più evidenti ed essere
riconosciute più facilmente. |
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L'equipaggio era composto da sette persone. Quando Mario
aveva sei anni, incominciò a navigare ed il suo primo viaggio
fu verso Civitavecchia come "mangiapane" e veniva pagato con
il solo pane. C'erano, poi, il mozzo che puliva la barca e
aveva le mansioni più umili, il "giovanotto"ed i marinai che
erano addetti a tutte le mansioni relative alla navigazione:
ormeggiare, disormeggiare, issare e ammainare le vele, tenere
il timone, caricare e scaricare le merci..., il "nostromo"
che era il vice capitano e coordinava l'equipaggio, controllava
il lavoro dei marinai, eseguiva i compiti che richiedevano
esperienza e professionalità, il "capitano marittimo"che tracciava
le rotte, aveva la responsabilità del carico, dell'equipaggio
e della nave, prendeva tutte le decisioni. Il capitano marittimo
poteva navigare solo nel mar Mediterraneo e, con una speciale
autorizzazione, uscire dallo Stretto di Gibilterra e costeggiare
l'Europa e l'Africa occidentale. Il capitano, in caso di affondamento,
era l'ultimo ad abbandonare la nave. In alcuni casi a bordo
c'era il capitano di bandiera. Il capitano teneva tre giornali
di bordo: il "ruolo", il "giornale di carico", il "diario"
o giornale nautico sul quale riportava tutti i fatti che accadevano
a bordo e tutto ciò che vi veniva scritto non poteva essere
contestato. Lo stipendio era misero e non fisso infatti l'incasso
di un viaggio veniva ripartito tra l'armatore e l'equipaggio
in parti stabilite. Dall'incasso si detraevano le spese e
del rimanente metà andava all'armatore e l'altra metà era
così suddivisa: una parte e mezza al comandante, una parte
e un quarto al nostromo, una parte ad ogni marinaio, un quarto
al mozzo. Mario ci ha raccontato che una volta, in quaranta
giorni, avevano guadagnato 14 lire ciascuno. Anche a quel
tempo non erano certo tante! |
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Al tempo
dei velieri, la vita di bordo non era per niente facile. Il
primo imbarco si faceva da mangiapane. A bordo si imparava
a cucinare, a cucire ed a fare un po' di tutto. Facevano i
muscelli con le sfìlazze , cucivano, facevano impiombature,
intagliavano il legno... Non avevano servizi igienici: i bisogni
o si facevano in un secchio, il bugliolo o si facevano direttamente
fuori bordo, appesi, chissà come, ad una rete sotto prua.
Si lavavano con l'acqua salata e i vestiti lo stesso. Appena
entrati in porto, il primo pensiero era quello di procurarsi
cibo e acqua potabile. Durante i lunghi viaggi veniva raccolta
anche l'acqua piovana. Nella dispensa, la cambusa, vi erano
conservati fagioli, salmone, lenticchie, baccalà, stoccafisso,
pesci e pasta. Solo durante i primi giorni di navigazione
avevano anche le verdure e la frutta fresca. Quando si navigava
non c'erano feste, neanche se si trattava di Natale o di Pasqua.
Durante la notte facevano i turni di guardia: mentre alcuni
dormivano, altri governavano la barca, poi, alla fine del
turno, si davano il cambio. |
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II 4 marzo
1925, a 14 anni, partì dall'Isola del Giglio con una barca
a vela per la Corsica. Era arrivato sotto le coste della Corsica
quando, all'improv viso, si alzò un forte vento che spezzò
un albero della nave che così perse una vela. Il veliero si
allontanò dalla costa perché altrimenti sarebbe affondato
sbattendo contro gli scogli. Per fortuna il vento si calmò,
ma la nave rimase ventisette ore in balia del mare non avendo
più modo di governare. Per non affondare dovettero alleggerirsi
del carico buttando in mare 40 tonnellate di mercé su 140.
Tutti quella volta ebbero paura tranne lui perché non capiva
ancora cosa era il pericolo essendo troppo piccolo. Mario
ci ha raccontato tante altre cose e molte riguardanti la velocità.
Per arrivare a Nizza partendo da Napoli impiegarono sette
giorni navigando a zig-zag. Dal Giglio a Civitavecchia, con
il vento di maestrale, impiegarono 18 ore, mentre da Civitavecchia
a Cagliari, con la bonaccia impiegarono 14 giorni. Oggi le
motonavi impiegano 14 ore. Mario aveva una bella barca bianca,
ma quando morì la sua mamma fu dipinta di nero, in segno di
lutto. Nel 1934, a 23 anni, partì dalla Sardegna con una barca
a vela di cui era padrone e comandante.Scoppiò una tempesta,
così decisero di ritornare indietro per "appuggiare". Avevano
ammainato alcune vele e navigavano in balia del mare. Erano
arrivati sotto costa quando, all'improvviso venne una tromba
marina che troncò di netto gli alberi della nave. Si trovavano
vicino alla costa e vedevano il semaforo e il faro poco lontani,
ma non potendo dare fondo all'ancora, cominciarono a segnalare
con le bandiere che si trovavano in difficoltà. Nessuno rispondeva
alla loro richiesta di aiuto e intanto il mare spingeva la
barca verso la Spagna. Il fanalista che andava a spengere
il faro, finalmente, vide i segnali e andò ad avvisare i militari
del semaforo che capirono la gravita della situazione. Il
vento spingeva Sempre più la barca alla deriva. A bordo non
avevano più speranze. Dopo nove ore, fortunatamente, arrivò
un piccolo piroscafo a soccorrerli. Nonostante il mare in
burrasca, il comandante riuscì ad avvicinarsi così tanto alla
barca in difficoltà che i marinai poterono prendere le cime
per essere rimorchiati e portati in salvo in una rada. Con
la scialuppa Mario e i suoi marinai scesero a terra dove tutti,
tranne lui, mangiarono. La nave fu portata nel porto più vicino
dove il padre di Mario portò nuovi alberi. Dopo un mese la
nave fu pronta per ripartire. Il babbo di Mario, preoccupato
per quanto era successo e credendo che il figlio non fosse
ancora pronto a rimettersi in mare, voleva andare con lui,
ma Mario non volle. |
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| Da sempre i gigliesi si sono dedicati alla pesca poiché,
specialmente nel passato, il mare del Giglio era ricco di
ogni specie di pesce. Un tempo, la pesca più praticata era
quella delle acciughe e delle sardine, e molte erano le barche
e gli uomini impegnati in questa attività. Le barche armate
per questo tipo di pesca erano le menaite, non erano molto
grandi, andavano a vela e si avventuravano in acque lontane.
La pesca iniziava in primavera, e terminava a luglio; le acciughe,
pescate con reti chiamate anch’esse menaite' venivano salate
in giarette di coccio: si alternavano fìje di acciughe con
il sale che gli stessi pescatori preparava no con macine di
granito. Ad agosto poi si contavano i barili, si valutava
cosi il lavoro svolto. La qualità delle acciughe gigliesi
era ottima e per questo venivano facilmente vendute anche
in continente Anche le aringhe, già dal 1749, venivano pescate
nelle acque del Giglio come ci dimostra il seguente documento
:
"... La spiaggia del Campese non è tanto grande
come quella del porto, ma è più sicura contro i venti, essendovi
davanti una cala assai considerabile ma poco profonda. Essa
è difesa da una bella torre moderna, munita d’artiglieria
che il Granduca Cosimo III fece fabbricare, per proteggerla
contro i Turchi e favorire la pesca del corallo che fu in
quei tempi stabilita in quelle viciname Questa cala ossia
piccolo golfo è abbondantissimo d'ogni sorta di pesca, e particolarmente
d’aringhe che sono buonissime e di cui se ne pesca una grande
quantita in alcuni tempi della state…”
Da O.Warren, Raccolta di piante delle principali città
e fortezze del Granducato di Toscana.
Per il resto dell'anno i pescatori si dedicavano alla
pesca di altri pesci Con le nasse catturavano le aragaste:
Cala Tamburo, Cala Saracinesca, la Penna e Punta Carbonaia
erano i posti migliori. Nelle vicinanze del Campese si faceva
anche una buona pesca di coralli, ma i Gigliesi la trascurdrono.
Con le reti fatte di fibre naturali e preparate soprattutto
dalle mogli dei pescatori, esperte nell'uso delle aguglie,
si pescavano grandi quantità di chello, le cornetta^ e le
bogare. Si pescava anche con gli ami con la lenza a corrente
, il bollentino, la traina, la coffa, ifilaccioni e i sugheretti.
I totani e i polpi si catturavano con polpare , totanaie e
carrarmati. Altri strumenti indispensabili ai pescatori erano:
i coppi per recuperare e tirare a bordo le prede, lo specchio
per vedere al di sotto della superfice del mare, la canna
per afferrare i ricci, lo sbirro per scocciare le coffe dagli
scogli, le fiocine per infilzare i pesci. Di notte, per illuminare
la barca, su uno scarmo, infilavano la lanterna a moccolo.
Per pescare al largo i gigliesi ancoravano le loro barche
con le mazzere, grosse pietre di granito, legate ad una cima.
Alla fine della lunga e faticosa giornata, i pescatori ormeggiavano
le loro barche al molo, legandole ad un pedagno bloccato nel
fondo da un corpo morto e alla banchina con cime e muscelli
fatti con sfilale. I muscelli venivano usati anche per produrre
tappetini, strofoli, e suole per ciabatte e sandali. Le donne
aspettavano che i pescatori sbarcassero il pescato per comprare:
capponi, scorfani, San Pietro, pesci prete, razze, gattucci,
bollaci, boghe, triglie, zerri, mucciche, naselli, saraghi,
dentici, occhiate, salpe, lecce, palamite, sugherelli, acciughe,
sardine, gronchi, murene, gallinelle, pescetti da minestra,
mazzame, cornetti, lucci, seppie, polpi, totani, piscioni,
calamari, moscardini, cappellotti, sgroncilli, granci, spernocchie,
gamberi, margherite, aragoste, lupacanti...
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Il lavoro
dello scalpellino era pericolosissimo e pesante. Si lavorava
a giornata o a cottimo e la paga era poca. Nelle cave, prima
della guerra, erano impiegati, per tutto l'anno, circa 200
operai, quasi tutti del Giglio, che preferivano lavorare nelle
cave piuttosto che andare per mare, dove si guadagnava meno.
Gli scalpellini lavoravano in gruppo: certi estraevano il
granito e certi lo lavoravano. Per estrarre il materiale in
blocco si facevano delle mine. La polvere nera pririca doveva
essere inserita in fori: uno orizzontale e uno verticale.
Il primo di 4 o 5 metri di profondità e il secondo perpendicolare
all'estremità del primo foro. Il lavoro dello scalpellino
veniva fatto tutto a mano. Si lavorava in coppia: uno batteva
una serie di 300 colpi circa con la mazza (martello molto
pesante a forma di parallelepipedo) sulla stampa (asta di
acciaio a punta cuneifor me). La stampa tenuta dal secondo
scalpellino andava girata ad ogni colpo per evitare che si
incastrasse nel foro. Ve ne erano di varie dimensioni a seconda
della profondità; la prima stampa era di 50-60 centimetri.
Ogni 300 colpi gli scalpellini si davano il cambio. I primi
centimetri erano i più faticosi da penetrare poi, quando era
possibile inserire nel foro dell'acqua, il lavoro diveniva
più scorrevole. Per scolpire il granito di 10 centimetri,
occorrevano almeno 600 colpi. Il secondo foro, catarri, veniva
fatto dall'alto. Ultimata questa operazione, veniva posta
la polvere nera pirica che, scoppiando, permetteva che il
blocco di granito ne uscisse compatto (la polvere nera pirica,
infatti, stacca e non frantuma come la dinamite). Occorrevano
4 giorni per fare i fori. Il granito che si estraeva era duro
perché contenente il quarzo perciò, quando si scolpiva, le
scaglie andavano negli occhi e, per levarle, si usava un bastoncino
ammorbidito con la saliva. Per evitare tale infortunio gli
scalpellini dovevano usare gli occhiali di protezione, che
si appannavano spesso e lasciavano il segno pertanto non venivano
adoperati. Come il minatore, oggi lo scalpellino è affetto
da silicosi, malattia dovuta alla presenza di polvere di granito
sui polmoni. Il granito estratto ogni sera veniva portato
in piazza (parte bassa della cava). Per le cave situate all'interno
dell'isola, il granito veniva trasportato con la slitta sino
alla costa. Lo scalpellino, per trainare la slitta, doveva
correre senza mai fermarsi stando attenti a non essere travolto
e cercando di evitare gli ostacoli che avrebbero potuto rovesciare
la slitta. Il materiale estratto veniva trasportato con navi
di 100 tonnellate nei porti d'Italia e anche all'estero. Con
i blocchi di granito facevano le colonne; per fare una colonna
di circa un metro e cinquanta ci voleva una settimana.
Con i pezzi più piccoli di granito venivano fatti:
- il cordone per i marciapiedi
- i cubetti utilizzati nella tipica pavimentazione a sanpietrina
- le bitte, panchine cilindriche usate per attraccare le navi
- i mantelli, rifiniture a forma di bauletto per panchine
- i lastricati.
Gli scalpellini usavano i seguenti strumenti di lavoro: gli
scalpelli, la mazza, la stampa, le punte, il mazzolo, le tenaglie.
Molti strumenti venivano costruiti dagli stessi scalpellini
che usavano: le forge, l'incudine, la piletta (bacinella)...
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Le cave
di granito furono una buona fonte di lavoro e di guadagno
per i esi. Già gli antichi romani, esperti maestri, seppero
sfuttare questo dono della natura traendovene materiale in
grande abbondanza che usarono nelle loro costruzioni. Il granito
del Giglio era apprezzato fin dai tempi antichi e usato per
far colonne di grandi dimensioni; pregiato per il suo colore,
la sua solidità e la facilità con cui prendeva il lucido.
Fu usato sicuramente per la costruzione della bellissima e
grandiosa villa romana di proprietà di Lucio Domizio della
famiglia degli Enobarbi che si estendeva dal Castellare alla
caletta del Saraceno di cui rimangono resti, di muri, di "opus
reticulatum" e una colonna ora giacente sul piano delle Grotte.
Ancora oggi, invece, si ergono verso il cielo.con la loro
imponente eleganza, alcune colonne nelle rovine del Tempio
di Diana sull'Isola di Giannutri. Anche in seguito, alla fine
del XII secolo, ne furono commissionate otto per la costruzione
del Battistero di Firenze. Ancora oggi se ne possono ammirare
ventiquattro nel Duomo di Pisa, una nella chiesa di San Crisostomo
in Trastevere a Roma, dodici a Napoli nella chiesa dei Gerosolini,
dodici, scanalate e con capitello, dividono le navate della
chiesa dei Servi di Maria a Siena, otto nella facciata del
Palazzo Reale a Napoli, quattro all'ingresso del Palazzo Bonicelli
a Roma e quella al centro del molo Innocenziano di Anzio.
Proveniva dal Giglio anche la colonna che, fino a pochi anni
fa, era nella piazza del Duomo di Orbetello, eretta in onore
del Granduca Ferdinando III. Il granito isolano arrivò persino
nelle lontane Americhe per essere impiegato nella costruzione
del porto di Santa Fé e a Gerusalemme per adomare la chiesa
di Santa Croce. Sull'Isola del Giglio esistono diverse opere
in granito: la cinta muraria del Castello, le torri di avvistamento
del Porto e del Campese, i lastricati delle strade dei centri
storici, i lavatoi, le fontanelle, la cisterna, le"spallette"
dei moli, le "bitte", le panchine opere artistiche come la
Colonna ai Caduti eretta al Castello in Piazza Gloriosa nel
1923 e scolpita da Giuseppe Stefanini, soprannominato "II
Peccia" ed anche il fonte battesimale della Chiesa dei SS,
Lorenzo e Mamiliano al Porto. I gigliesi hanno da sempre utilizzato
il granito anche per l'edificazione delle loro abitazioni
e per la rifinitura di portoni, finestre, colonnine per recinzioni,
scalinate ed inoltre per la costruzione di arredi come canti,
camini o lavelli e di piccoli utensili quali pestelli, macine,
pilette... Oggi, al Giglio, l'attività dello scalpellino è
scomparsa; rimangono di questa solo i ricordi ed alcuni oggetti
che vengono custoditi gelosamente. |
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Il lavoro
del minatore era molto pesante e con tanti rischi. I minatori
oggi soffrono di una malattia chiamata silicosi, causata dall'accumulo
di polvere di pirite sui polmoni. Per andare a lavorare si
percorreva la mulattiera, una strada non asfaltata. I lavoratori
impiegati nella miniera erano circa 230, di cui 160 gigliesi
e una settantina immigrati dal continente. Si lavorava in
tré turni: il primo dalle 7 alle 15, il secondo dalle 15 alle
23, il terzo dalle 23 alle 7. A controllare il lavoro in miniera
c'era un sorvegliante. L'età minima per fare il minatore era
18 anni. Lo stipendio era in media di 60.000 lire al mese
c'era pure chi lavorava a cottimo (più si lavorava e più si
guadagnava). La miniera era illuminata con lampade ad acetilene,
i respiratori, con grossi tubi, consentivano un ricambio d'aria
buttando fuori aria irrespirabile e immettendo aria pulita,
grazie ad una ventola. Vi erano gallerie al di sopra ed al
di sotto del livello del mare, la maggiore delle quali era
lunga 100 metri. In genere le gallerie avevano una sezione
di 1,80 metri ed erano larghe 90 centimetri in alto e 2 metri
in basso. La pirite scavata con martelli perforatori ad aria
compressa e con le mine, estratta dalle gallerie con carrelli
su binario e frammentata in piccoli grani e poi purificata
con lavaggio, veniva accumulata Sulla spiaggia presso il luogo
d'imbarco dove vi era una teleferica a mare poggiata su 4
piloni di cui 3 avevano il basamento in mare, per il carico
automatico dei piroscafi. In media se ne estraevano 80 tonnellate
al giorno,, destinate soprattutto a Piombino e a Napoli. |
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L'Isola
del Giglio possedeva due giacimenti .metalliferi, uno nella
Valle della Vena e l'altro, più ricco, nella Valle Ortona.
Oggi ci sono solo ruderi e gallerie pericolanti. Il primo
era un piccolo giacimento di Olgisto (varietà dì ematite in
bei cristalli) con limonile, posto immediatamente sopra il
granito che da 210 metri di altitudine scendeva sino al mare.
L'altro filone metallifero andava dal Campese all'Allume lungo
la Valle Ortana ed era costituito da pirite situata a non
molta profondità. Il filone di pirite era sovrastato da una
costa ferruginosa di ocra e limonile, larga circa , 60 metri
e lunga 650. I Società straniere si alternavano nello sfruttamento
delle miniere trasporI tando a Porto S. Stefano le centinaia
di tonnellate annue di pirite per la fabi bricazione dell'acido
solforico. L'inizio della prima guerra mondiale pose fine
ad ogni attività. | Nel 1926 un esperto mineralogista, visitando
il Giglio e studiando la i conformazione dell'Allume, accertò
la presenza di un giacimento di vari i milioni di tonnellate
di ferro sotto la crosta ferruginosa di ocra. Tale scoperì:
ta servì a far intraprendere lavori di sfruttamento dell'ocra,
poiché il timore I di infiltrazioni marine dissuase gli industriali
dallo sfruttamento della pirite. ,' Nel 1938, in seguito ad
una relazione scientifica sul Giglio, l'ImadI (Industria meridionale
azoto e derivati), visti la poca profondità del giacimento
di pirite, il basso prezzo delle spedizioni per mare e la
facilità d'imbarco offerta dalle cale dell'Allume e della
baia del Campese, decise di sfruttare la pirite. L'attività
mineraria, sospesa durante l'ultima guerra mondiale, venne
subito dopo ripresa e nel 1954 lo sfruttamento avveniva sotto
il Franco. Nel 1960 la società imprenditrice, a causa della
scarsa rendita degli ultimi anni, dette inizio ai primi lavori
di smantellamento. Nel 1961 ogni attività mineraria era completamente
cessata. |
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Oggi le
vigne coltivate sono pochissime. Un tempo tutta l'isola era
verdeggiante e ricca di fìlari. I terrazzamenti erano costruiti
già nei tempi antichissimi. Alcuni studiosi affermano che
il Giglio era coltivato già nel Neolitico. Il Giglio è un'isola
quasi interamente granitica. La parte superficiale della roccia
è formata quasi sempre da uno strato di granito alterato,
più tenero e permeabile, che può essere facilmente asportato
con l'ausilio di una semplice zappa ed è l'unico tipo di terra
presente sull'isola. L'agricoltura è sempre
stata fra le maggiori fonti di sussistenza per le popolazioni
gigliesi che crearono zone terrazzate: innalzavano un muro
a secco utilizzando pietre di granito quindi riempivano lo
spazio creato con quella sorta di tufo (così lo chiamano gli
isolani), proveniente dalle rocce granitiche. Le zone dell'isola
più adatte alla coltivazione della vigna sono quelle vicino
al mare e ben soleggiate, dove matura un'uva che produce un
vino forte e corposo, mentre le vigne situate a mezza costa,
alle terre, danno un vino più leggero e frizzammo. ÀI Giglio
si coltivano uve nere: la Malvasia, la Carbolana, nera, grossa,
a buccia dura, la San Giovese con le quali si produce un buon
vino nero e l'ottimo vino scelto passito, molto dolce e con
alta gradazione alcolica. Per ottenerlo bisogna scegliere
l'uva più bella, lasciarla appassire sulle coti per un buon
periodo e poi schiacciarla. Si coltivano anche uve bianche:
l'Ansonica (Ansonaca), un'uva che vuole temperatura alta e
non teme la siccità, il Procanico e l'Empolo che si coltivano
alle terre e producono un ottimo frizzantino, il Moscatellino
e il Moscatellone, l'Uva Regina ed il Biancone usate anche
come uve da tavola. L'Ansonaco, il vino tipico del Giglio,
ha un colore ambrato, è molto secco, può raggiungere i 18
gradi infatti l'uva, rimanendo al sole, acquista zucchero
che poi diventerà alcol. Una gradazione alcolica così alta
difende il vino dall'acido acetico e per questo non è necessario
l'uso del bisolfìto. Il vitigno dell'Ansonaco proviene dal
Medio Oriente, si è diffuso in Grecia, in Sicilia, all'Elba,
sull'Argentario e al Giglio. Nelle diverse località i nomi
per questo vitigno sono: Insolia (Sicilia), Ansola, Ansolia,
Ansolica. Una piantina novella impiega quattro anni prima
di dare un buon raccolto. Dopo aver scassato il terreno, un
tralcio lungo più di un metro, ricavato dalla potatura di
gennaio, viene sotterrato in una buca profonda anche un metro.
Questo dopo due anni germoglia e solo al quarto anno produce
molti frutti. La vite americana o barbatella, usata per sostituire
l'ansonaca malata, impiega invece solo due anni per fruttificare,
ma ha bisogno di essere innestata poiché, essendo una pianta
selvatica, è sì più resistente ai parassiti (fìlossera), ma
produce frutti commestibili solo con l'innesto di vite nostrana.
Le malattie della vigna sono la filossera e la peronospora.
La filossera intacca e rovina le radici. La peronospora durante
la stagione umida colpisce le foglie che ingialliscono e i
piccioli che si spezzano e per combatterla i contadini danno
il verderame. Tra i fìlari si possono coltivare fave, piselli,
ceci, lenticchie, fagiolini, carciofi e ciò è molto utile
alla vite perché si concima il terreno anche con la tecnica
del sovescio. Il lavoro nelle vigne inizia a gennaio e termina
a settembre/ottobre, negli altri mesi il vignaiolo è impegnato
in cantina. I vignaioli lavorano molte ore al giorno e con
fatica. Aldo Aldi ricorda molti vecchi contadini curvi a causa
del lavoro nei campi perché "la terra è bassa, sotto i piedi".
La coltivazione della vigna avviene in diverse fasi. Potatura:
le piante devono essere potate drasticamente con le forbici
potatoio per superare la stagione invernale e difenderle dal
vento e per avere nuovi tralci più forti e vigorosi. Il tralcio
rimasto, chiamato cimo deve avere due o tré occhi. Raschiatura:
tutte le erbacce vengono raschiate con la marra e lasciate
appassire. Copertura e concimazione: distribuite nel terreno,
lungo i fìlari, le erbacce e le piante di legumi coltivate
tra i fìlari e ormai secche si coprono con la terra al fine
di concimare con la tecnica del sovescio. Alcuni contadini
per rendere il terreno più ricco e fertile usano stereo di
cavallo o pollino. Zappatura: verso marzo la terra lungo i
fìlari deve essere smossa per renderla più soffice e permeabile
usando il bidente, lo zappone o le marrette. Palatura: si
mettono dei paletti, in genere le calocchie o, in mancanza
di queste, le canne, messi a forma di X per sostenere i nuovi
germogli. Legatura: mano a mano che i tralci si allungano,
vengono legati ai sostegni con il sarracchio o con rami di
ginestra precedentemente seccati ma tenuti a bagno prima di
usarle. Durante questa operazione si procede anche alla scacchiatura
per eliminare dalla pianta i cacchi e ^femminelle, tralci
che non produrranno frutto ma che toglierebbero forza alla
vite. Solfatura: per proteggere l'uva dai parassiti è necessario
zolfare la pianta ogni quindici giorni usando il soffietto.
Nelle stagioni, ma anche nelle zone più umide è necessario
ramare con l'uso della pompa. Ai contadini sono necessari
anche altristrumenti quali la falce, la pennata, il pennatino.
Per adibire a vigna un terreno incolto i contadini ricorrono
spesso allo scasso. Innalzano un muro a secco utilizzando
blocchi di granito tagliato dalle coti presenti nella proprietà
e poi riempiendo lo spazio ottenuto con terra che trasportano
con i cestoni.
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La campagna
gigliese è disseminata di palmenti, delle vasche scavate nel
granito e disposte su diversi livelli ma comunicanti tra loro.
Queste un tempo erano usate per farvi il mosto. Infatti, non
essendovi strade carrozzabili ed essendo il somaro l'unico
mezzo di trasporto, era molto più pratico pigiare i grappoli
nella vigna e trasportare in cantina il solo mosto versato
con i chiovoli in otri di pelle di capra. Generalmente i palmenti
erano sormontati da un capannello, una costruzione tipica
di circa quattro metri quadrati con la copertura a botte e
due piècole finestrelle.
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