Consultando testi specifici e i dati relativi ad un censimento sulle arti e sui mestieri dell'Isola del Giglio svolto nell'anno 1920, sono state individuate le attività sulle quali si basava l'economia gigliese, nella prima metà del secolo. Queste erano: Navigazione Pesca ,Estrazione della pirite, Escavazione del granito, Viticoltura .Dall'indagine è emerso che la maggior parte delle donne si dedicava alle attività domestiche. Tale mansione era censita come 'Atta a casa'. Per conoscere più a fondo e scoprire, attraverso la testimonianza diretta, questi antichi mestieri, sono stati intervistati i rappresentanti di ciascuna attività le loro risposte sono state sintetizzate ed integrate con ricerche. Sono stati raccolti, catalogati, osservati, analizzati e descritti, nella loro struttura e funzionalità, vecchi mezzi, strumenti, utensili e manufatti. Infine, le diverse conoscenze acquisite.

 

 

 

 

 

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Le barche fin dai tempi più antichi erano a vela, erano piccole e potevano raggiungere un peso massimo di 130/180 tonnellate. Spesso erano fabbricate in legno: prima si costruiva l'ossatura, poi gli staminari e infine veniva ricoperta con il fasciame. Le vele erano di cotone e di canapa cucite o a quadrati o a strisce molto lunghe, larghe dai 20 ai 100 centimetri a seconda della grandezza della vela. Su un "tré alberi" c'erano diversi tipi di vele: sulla prua c'erano i contro fiocchi, su un grande albero c'era il velaccio, la freccia e la carboniera, invece su un altro albero c'erano i fiocchi, il barrì, il triangolo e la maestra. A seconda del tempo si issavano o ammainavano due o più vele. A bordo della, nave c'era un rocchettone in cui era avvolta una corda che ogni tanto, aveva un nodo, serviva per misurare la velocità e per stabilire il punto nave. In caso di pericolo o per qualsiasi altra necessità veniva calata a mare una scialuppa con la quale i marinai, remando, potevano trainare il veliero verso acque più tranquille. Sulla barca caricavano ogni genere di mercanzia: frumento, legumi, mattoni, cemento e qualche volta trasportavano anche passeggeri. Le barche del Giglio erano pitturate con colori accesi per essere più evidenti ed essere riconosciute più facilmente.

L'equipaggio era composto da sette persone. Quando Mario aveva sei anni, incominciò a navigare ed il suo primo viaggio fu verso Civitavecchia come "mangiapane" e veniva pagato con il solo pane. C'erano, poi, il mozzo che puliva la barca e aveva le mansioni più umili, il "giovanotto"ed i marinai che erano addetti a tutte le mansioni relative alla navigazione: ormeggiare, disormeggiare, issare e ammainare le vele, tenere il timone, caricare e scaricare le merci..., il "nostromo" che era il vice capitano e coordinava l'equipaggio, controllava il lavoro dei marinai, eseguiva i compiti che richiedevano esperienza e professionalità, il "capitano marittimo"che tracciava le rotte, aveva la responsabilità del carico, dell'equipaggio e della nave, prendeva tutte le decisioni. Il capitano marittimo poteva navigare solo nel mar Mediterraneo e, con una speciale autorizzazione, uscire dallo Stretto di Gibilterra e costeggiare l'Europa e l'Africa occidentale. Il capitano, in caso di affondamento, era l'ultimo ad abbandonare la nave. In alcuni casi a bordo c'era il capitano di bandiera. Il capitano teneva tre giornali di bordo: il "ruolo", il "giornale di carico", il "diario" o giornale nautico sul quale riportava tutti i fatti che accadevano a bordo e tutto ciò che vi veniva scritto non poteva essere contestato. Lo stipendio era misero e non fisso infatti l'incasso di un viaggio veniva ripartito tra l'armatore e l'equipaggio in parti stabilite. Dall'incasso si detraevano le spese e del rimanente metà andava all'armatore e l'altra metà era così suddivisa: una parte e mezza al comandante, una parte e un quarto al nostromo, una parte ad ogni marinaio, un quarto al mozzo. Mario ci ha raccontato che una volta, in quaranta giorni, avevano guadagnato 14 lire ciascuno. Anche a quel tempo non erano certo tante!
Al tempo dei velieri, la vita di bordo non era per niente facile. Il primo imbarco si faceva da mangiapane. A bordo si imparava a cucinare, a cucire ed a fare un po' di tutto. Facevano i muscelli con le sfìlazze , cucivano, facevano impiombature, intagliavano il legno... Non avevano servizi igienici: i bisogni o si facevano in un secchio, il bugliolo o si facevano direttamente fuori bordo, appesi, chissà come, ad una rete sotto prua. Si lavavano con l'acqua salata e i vestiti lo stesso. Appena entrati in porto, il primo pensiero era quello di procurarsi cibo e acqua potabile. Durante i lunghi viaggi veniva raccolta anche l'acqua piovana. Nella dispensa, la cambusa, vi erano conservati fagioli, salmone, lenticchie, baccalà, stoccafisso, pesci e pasta. Solo durante i primi giorni di navigazione avevano anche le verdure e la frutta fresca. Quando si navigava non c'erano feste, neanche se si trattava di Natale o di Pasqua. Durante la notte facevano i turni di guardia: mentre alcuni dormivano, altri governavano la barca, poi, alla fine del turno, si davano il cambio.
II 4 marzo 1925, a 14 anni, partì dall'Isola del Giglio con una barca a vela per la Corsica. Era arrivato sotto le coste della Corsica quando, all'improv viso, si alzò un forte vento che spezzò un albero della nave che così perse una vela. Il veliero si allontanò dalla costa perché altrimenti sarebbe affondato sbattendo contro gli scogli. Per fortuna il vento si calmò, ma la nave rimase ventisette ore in balia del mare non avendo più modo di governare. Per non affondare dovettero alleggerirsi del carico buttando in mare 40 tonnellate di mercé su 140. Tutti quella volta ebbero paura tranne lui perché non capiva ancora cosa era il pericolo essendo troppo piccolo. Mario ci ha raccontato tante altre cose e molte riguardanti la velocità. Per arrivare a Nizza partendo da Napoli impiegarono sette giorni navigando a zig-zag. Dal Giglio a Civitavecchia, con il vento di maestrale, impiegarono 18 ore, mentre da Civitavecchia a Cagliari, con la bonaccia impiegarono 14 giorni. Oggi le motonavi impiegano 14 ore. Mario aveva una bella barca bianca, ma quando morì la sua mamma fu dipinta di nero, in segno di lutto. Nel 1934, a 23 anni, partì dalla Sardegna con una barca a vela di cui era padrone e comandante.Scoppiò una tempesta, così decisero di ritornare indietro per "appuggiare". Avevano ammainato alcune vele e navigavano in balia del mare. Erano arrivati sotto costa quando, all'improvviso venne una tromba marina che troncò di netto gli alberi della nave. Si trovavano vicino alla costa e vedevano il semaforo e il faro poco lontani, ma non potendo dare fondo all'ancora, cominciarono a segnalare con le bandiere che si trovavano in difficoltà. Nessuno rispondeva alla loro richiesta di aiuto e intanto il mare spingeva la barca verso la Spagna. Il fanalista che andava a spengere il faro, finalmente, vide i segnali e andò ad avvisare i militari del semaforo che capirono la gravita della situazione. Il vento spingeva Sempre più la barca alla deriva. A bordo non avevano più speranze. Dopo nove ore, fortunatamente, arrivò un piccolo piroscafo a soccorrerli. Nonostante il mare in burrasca, il comandante riuscì ad avvicinarsi così tanto alla barca in difficoltà che i marinai poterono prendere le cime per essere rimorchiati e portati in salvo in una rada. Con la scialuppa Mario e i suoi marinai scesero a terra dove tutti, tranne lui, mangiarono. La nave fu portata nel porto più vicino dove il padre di Mario portò nuovi alberi. Dopo un mese la nave fu pronta per ripartire. Il babbo di Mario, preoccupato per quanto era successo e credendo che il figlio non fosse ancora pronto a rimettersi in mare, voleva andare con lui, ma Mario non volle.
 

Da sempre i gigliesi si sono dedicati alla pesca poiché, specialmente nel passato, il mare del Giglio era ricco di ogni specie di pesce. Un tempo, la pesca più praticata era quella delle acciughe e delle sardine, e molte erano le barche e gli uomini impegnati in questa attività. Le barche armate per questo tipo di pesca erano le menaite, non erano molto grandi, andavano a vela e si avventuravano in acque lontane. La pesca iniziava in primavera, e terminava a luglio; le acciughe, pescate con reti chiamate anch’esse menaite' venivano salate in giarette di coccio: si alternavano fìje di acciughe con il sale che gli stessi pescatori preparava no con macine di granito. Ad agosto poi si contavano i barili, si valutava cosi il lavoro svolto. La qualità delle acciughe gigliesi era ottima e per questo venivano facilmente vendute anche in continente Anche le aringhe, già dal 1749, venivano pescate nelle acque del Giglio come ci dimostra il seguente documento :

"... La spiaggia del Campese non è tanto grande come quella del porto, ma è più sicura contro i venti, essendovi davanti una cala assai considerabile ma poco profonda. Essa è difesa da una bella torre moderna, munita d’artiglieria che il Granduca Cosimo III fece fabbricare, per proteggerla contro i Turchi e favorire la pesca del corallo che fu in quei tempi stabilita in quelle viciname Questa cala ossia piccolo golfo è abbondantissimo d'ogni sorta di pesca, e particolarmente d’aringhe che sono buonissime e di cui se ne pesca una grande quantita in alcuni tempi della state…”
Da O.Warren, Raccolta di piante delle principali città e fortezze del Granducato di Toscana.

Per il resto dell'anno i pescatori si dedicavano alla pesca di altri pesci Con le nasse catturavano le aragaste: Cala Tamburo, Cala Saracinesca, la Penna e Punta Carbonaia erano i posti migliori. Nelle vicinanze del Campese si faceva anche una buona pesca di coralli, ma i Gigliesi la trascurdrono. Con le reti fatte di fibre naturali e preparate soprattutto dalle mogli dei pescatori, esperte nell'uso delle aguglie, si pescavano grandi quantità di chello, le cornetta^ e le bogare. Si pescava anche con gli ami con la lenza a corrente , il bollentino, la traina, la coffa, ifilaccioni e i sugheretti. I totani e i polpi si catturavano con polpare , totanaie e carrarmati. Altri strumenti indispensabili ai pescatori erano: i coppi per recuperare e tirare a bordo le prede, lo specchio per vedere al di sotto della superfice del mare, la canna per afferrare i ricci, lo sbirro per scocciare le coffe dagli scogli, le fiocine per infilzare i pesci. Di notte, per illuminare la barca, su uno scarmo, infilavano la lanterna a moccolo. Per pescare al largo i gigliesi ancoravano le loro barche con le mazzere, grosse pietre di granito, legate ad una cima. Alla fine della lunga e faticosa giornata, i pescatori ormeggiavano le loro barche al molo, legandole ad un pedagno bloccato nel fondo da un corpo morto e alla banchina con cime e muscelli fatti con sfilale. I muscelli venivano usati anche per produrre tappetini, strofoli, e suole per ciabatte e sandali. Le donne aspettavano che i pescatori sbarcassero il pescato per comprare: capponi, scorfani, San Pietro, pesci prete, razze, gattucci, bollaci, boghe, triglie, zerri, mucciche, naselli, saraghi, dentici, occhiate, salpe, lecce, palamite, sugherelli, acciughe, sardine, gronchi, murene, gallinelle, pescetti da minestra, mazzame, cornetti, lucci, seppie, polpi, totani, piscioni, calamari, moscardini, cappellotti, sgroncilli, granci, spernocchie, gamberi, margherite, aragoste, lupacanti...

 
Il lavoro dello scalpellino era pericolosissimo e pesante. Si lavorava a giornata o a cottimo e la paga era poca. Nelle cave, prima della guerra, erano impiegati, per tutto l'anno, circa 200 operai, quasi tutti del Giglio, che preferivano lavorare nelle cave piuttosto che andare per mare, dove si guadagnava meno. Gli scalpellini lavoravano in gruppo: certi estraevano il granito e certi lo lavoravano. Per estrarre il materiale in blocco si facevano delle mine. La polvere nera pririca doveva essere inserita in fori: uno orizzontale e uno verticale. Il primo di 4 o 5 metri di profondità e il secondo perpendicolare all'estremità del primo foro. Il lavoro dello scalpellino veniva fatto tutto a mano. Si lavorava in coppia: uno batteva una serie di 300 colpi circa con la mazza (martello molto pesante a forma di parallelepipedo) sulla stampa (asta di acciaio a punta cuneifor me). La stampa tenuta dal secondo scalpellino andava girata ad ogni colpo per evitare che si incastrasse nel foro. Ve ne erano di varie dimensioni a seconda della profondità; la prima stampa era di 50-60 centimetri. Ogni 300 colpi gli scalpellini si davano il cambio. I primi centimetri erano i più faticosi da penetrare poi, quando era possibile inserire nel foro dell'acqua, il lavoro diveniva più scorrevole. Per scolpire il granito di 10 centimetri, occorrevano almeno 600 colpi. Il secondo foro, catarri, veniva fatto dall'alto. Ultimata questa operazione, veniva posta la polvere nera pirica che, scoppiando, permetteva che il blocco di granito ne uscisse compatto (la polvere nera pirica, infatti, stacca e non frantuma come la dinamite). Occorrevano 4 giorni per fare i fori. Il granito che si estraeva era duro perché contenente il quarzo perciò, quando si scolpiva, le scaglie andavano negli occhi e, per levarle, si usava un bastoncino ammorbidito con la saliva. Per evitare tale infortunio gli scalpellini dovevano usare gli occhiali di protezione, che si appannavano spesso e lasciavano il segno pertanto non venivano adoperati. Come il minatore, oggi lo scalpellino è affetto da silicosi, malattia dovuta alla presenza di polvere di granito sui polmoni. Il granito estratto ogni sera veniva portato in piazza (parte bassa della cava). Per le cave situate all'interno dell'isola, il granito veniva trasportato con la slitta sino alla costa. Lo scalpellino, per trainare la slitta, doveva correre senza mai fermarsi stando attenti a non essere travolto e cercando di evitare gli ostacoli che avrebbero potuto rovesciare la slitta. Il materiale estratto veniva trasportato con navi di 100 tonnellate nei porti d'Italia e anche all'estero. Con i blocchi di granito facevano le colonne; per fare una colonna di circa un metro e cinquanta ci voleva una settimana.
Con i pezzi più piccoli di granito venivano fatti:
- il cordone per i marciapiedi
- i cubetti utilizzati nella tipica pavimentazione a sanpietrina
- le bitte, panchine cilindriche usate per attraccare le navi
- i mantelli, rifiniture a forma di bauletto per panchine
- i lastricati.
Gli scalpellini usavano i seguenti strumenti di lavoro: gli scalpelli, la mazza, la stampa, le punte, il mazzolo, le tenaglie. Molti strumenti venivano costruiti dagli stessi scalpellini che usavano: le forge, l'incudine, la piletta (bacinella)...
 
Le cave di granito furono una buona fonte di lavoro e di guadagno per i esi. Già gli antichi romani, esperti maestri, seppero sfuttare questo dono della natura traendovene materiale in grande abbondanza che usarono nelle loro costruzioni. Il granito del Giglio era apprezzato fin dai tempi antichi e usato per far colonne di grandi dimensioni; pregiato per il suo colore, la sua solidità e la facilità con cui prendeva il lucido. Fu usato sicuramente per la costruzione della bellissima e grandiosa villa romana di proprietà di Lucio Domizio della famiglia degli Enobarbi che si estendeva dal Castellare alla caletta del Saraceno di cui rimangono resti, di muri, di "opus reticulatum" e una colonna ora giacente sul piano delle Grotte. Ancora oggi, invece, si ergono verso il cielo.con la loro imponente eleganza, alcune colonne nelle rovine del Tempio di Diana sull'Isola di Giannutri. Anche in seguito, alla fine del XII secolo, ne furono commissionate otto per la costruzione del Battistero di Firenze. Ancora oggi se ne possono ammirare ventiquattro nel Duomo di Pisa, una nella chiesa di San Crisostomo in Trastevere a Roma, dodici a Napoli nella chiesa dei Gerosolini, dodici, scanalate e con capitello, dividono le navate della chiesa dei Servi di Maria a Siena, otto nella facciata del Palazzo Reale a Napoli, quattro all'ingresso del Palazzo Bonicelli a Roma e quella al centro del molo Innocenziano di Anzio. Proveniva dal Giglio anche la colonna che, fino a pochi anni fa, era nella piazza del Duomo di Orbetello, eretta in onore del Granduca Ferdinando III. Il granito isolano arrivò persino nelle lontane Americhe per essere impiegato nella costruzione del porto di Santa Fé e a Gerusalemme per adomare la chiesa di Santa Croce. Sull'Isola del Giglio esistono diverse opere in granito: la cinta muraria del Castello, le torri di avvistamento del Porto e del Campese, i lastricati delle strade dei centri storici, i lavatoi, le fontanelle, la cisterna, le"spallette" dei moli, le "bitte", le panchine opere artistiche come la Colonna ai Caduti eretta al Castello in Piazza Gloriosa nel 1923 e scolpita da Giuseppe Stefanini, soprannominato "II Peccia" ed anche il fonte battesimale della Chiesa dei SS, Lorenzo e Mamiliano al Porto. I gigliesi hanno da sempre utilizzato il granito anche per l'edificazione delle loro abitazioni e per la rifinitura di portoni, finestre, colonnine per recinzioni, scalinate ed inoltre per la costruzione di arredi come canti, camini o lavelli e di piccoli utensili quali pestelli, macine, pilette... Oggi, al Giglio, l'attività dello scalpellino è scomparsa; rimangono di questa solo i ricordi ed alcuni oggetti che vengono custoditi gelosamente.
 
Il lavoro del minatore era molto pesante e con tanti rischi. I minatori oggi soffrono di una malattia chiamata silicosi, causata dall'accumulo di polvere di pirite sui polmoni. Per andare a lavorare si percorreva la mulattiera, una strada non asfaltata. I lavoratori impiegati nella miniera erano circa 230, di cui 160 gigliesi e una settantina immigrati dal continente. Si lavorava in tré turni: il primo dalle 7 alle 15, il secondo dalle 15 alle 23, il terzo dalle 23 alle 7. A controllare il lavoro in miniera c'era un sorvegliante. L'età minima per fare il minatore era 18 anni. Lo stipendio era in media di 60.000 lire al mese c'era pure chi lavorava a cottimo (più si lavorava e più si guadagnava). La miniera era illuminata con lampade ad acetilene, i respiratori, con grossi tubi, consentivano un ricambio d'aria buttando fuori aria irrespirabile e immettendo aria pulita, grazie ad una ventola. Vi erano gallerie al di sopra ed al di sotto del livello del mare, la maggiore delle quali era lunga 100 metri. In genere le gallerie avevano una sezione di 1,80 metri ed erano larghe 90 centimetri in alto e 2 metri in basso. La pirite scavata con martelli perforatori ad aria compressa e con le mine, estratta dalle gallerie con carrelli su binario e frammentata in piccoli grani e poi purificata con lavaggio, veniva accumulata Sulla spiaggia presso il luogo d'imbarco dove vi era una teleferica a mare poggiata su 4 piloni di cui 3 avevano il basamento in mare, per il carico automatico dei piroscafi. In media se ne estraevano 80 tonnellate al giorno,, destinate soprattutto a Piombino e a Napoli.
L'Isola del Giglio possedeva due giacimenti .metalliferi, uno nella Valle della Vena e l'altro, più ricco, nella Valle Ortona. Oggi ci sono solo ruderi e gallerie pericolanti. Il primo era un piccolo giacimento di Olgisto (varietà dì ematite in bei cristalli) con limonile, posto immediatamente sopra il granito che da 210 metri di altitudine scendeva sino al mare. L'altro filone metallifero andava dal Campese all'Allume lungo la Valle Ortana ed era costituito da pirite situata a non molta profondità. Il filone di pirite era sovrastato da una costa ferruginosa di ocra e limonile, larga circa , 60 metri e lunga 650. I Società straniere si alternavano nello sfruttamento delle miniere trasporI tando a Porto S. Stefano le centinaia di tonnellate annue di pirite per la fabi bricazione dell'acido solforico. L'inizio della prima guerra mondiale pose fine ad ogni attività. | Nel 1926 un esperto mineralogista, visitando il Giglio e studiando la i conformazione dell'Allume, accertò la presenza di un giacimento di vari i milioni di tonnellate di ferro sotto la crosta ferruginosa di ocra. Tale scoperì: ta servì a far intraprendere lavori di sfruttamento dell'ocra, poiché il timore I di infiltrazioni marine dissuase gli industriali dallo sfruttamento della pirite. ,' Nel 1938, in seguito ad una relazione scientifica sul Giglio, l'ImadI (Industria meridionale azoto e derivati), visti la poca profondità del giacimento di pirite, il basso prezzo delle spedizioni per mare e la facilità d'imbarco offerta dalle cale dell'Allume e della baia del Campese, decise di sfruttare la pirite. L'attività mineraria, sospesa durante l'ultima guerra mondiale, venne subito dopo ripresa e nel 1954 lo sfruttamento avveniva sotto il Franco. Nel 1960 la società imprenditrice, a causa della scarsa rendita degli ultimi anni, dette inizio ai primi lavori di smantellamento. Nel 1961 ogni attività mineraria era completamente cessata.
 
Oggi le vigne coltivate sono pochissime. Un tempo tutta l'isola era verdeggiante e ricca di fìlari. I terrazzamenti erano costruiti già nei tempi antichissimi. Alcuni studiosi affermano che il Giglio era coltivato già nel Neolitico. Il Giglio è un'isola quasi interamente granitica. La parte superficiale della roccia è formata quasi sempre da uno strato di granito alterato, più tenero e permeabile, che può essere facilmente asportato con l'ausilio di una semplice zappa ed è l'unico tipo di terra presente sull'isola. L'agricoltura è sempre
stata fra le maggiori fonti di sussistenza per le popolazioni gigliesi che crearono zone terrazzate: innalzavano un muro a secco utilizzando pietre di granito quindi riempivano lo spazio creato con quella sorta di tufo (così lo chiamano gli isolani), proveniente dalle rocce granitiche. Le zone dell'isola più adatte alla coltivazione della vigna sono quelle vicino al mare e ben soleggiate, dove matura un'uva che produce un vino forte e corposo, mentre le vigne situate a mezza costa, alle terre, danno un vino più leggero e frizzammo. ÀI Giglio si coltivano uve nere: la Malvasia, la Carbolana, nera, grossa, a buccia dura, la San Giovese con le quali si produce un buon vino nero e l'ottimo vino scelto passito, molto dolce e con alta gradazione alcolica. Per ottenerlo bisogna scegliere l'uva più bella, lasciarla appassire sulle coti per un buon periodo e poi schiacciarla. Si coltivano anche uve bianche: l'Ansonica (Ansonaca), un'uva che vuole temperatura alta e non teme la siccità, il Procanico e l'Empolo che si coltivano alle terre e producono un ottimo frizzantino, il Moscatellino e il Moscatellone, l'Uva Regina ed il Biancone usate anche come uve da tavola. L'Ansonaco, il vino tipico del Giglio, ha un colore ambrato, è molto secco, può raggiungere i 18 gradi infatti l'uva, rimanendo al sole, acquista zucchero che poi diventerà alcol. Una gradazione alcolica così alta difende il vino dall'acido acetico e per questo non è necessario l'uso del bisolfìto. Il vitigno dell'Ansonaco proviene dal Medio Oriente, si è diffuso in Grecia, in Sicilia, all'Elba, sull'Argentario e al Giglio. Nelle diverse località i nomi per questo vitigno sono: Insolia (Sicilia), Ansola, Ansolia, Ansolica. Una piantina novella impiega quattro anni prima di dare un buon raccolto. Dopo aver scassato il terreno, un tralcio lungo più di un metro, ricavato dalla potatura di gennaio, viene sotterrato in una buca profonda anche un metro. Questo dopo due anni germoglia e solo al quarto anno produce molti frutti. La vite americana o barbatella, usata per sostituire l'ansonaca malata, impiega invece solo due anni per fruttificare, ma ha bisogno di essere innestata poiché, essendo una pianta selvatica, è sì più resistente ai parassiti (fìlossera), ma produce frutti commestibili solo con l'innesto di vite nostrana. Le malattie della vigna sono la filossera e la peronospora. La filossera intacca e rovina le radici. La peronospora durante la stagione umida colpisce le foglie che ingialliscono e i piccioli che si spezzano e per combatterla i contadini danno il verderame. Tra i fìlari si possono coltivare fave, piselli, ceci, lenticchie, fagiolini, carciofi e ciò è molto utile alla vite perché si concima il terreno anche con la tecnica del sovescio. Il lavoro nelle vigne inizia a gennaio e termina a settembre/ottobre, negli altri mesi il vignaiolo è impegnato in cantina. I vignaioli lavorano molte ore al giorno e con fatica. Aldo Aldi ricorda molti vecchi contadini curvi a causa del lavoro nei campi perché "la terra è bassa, sotto i piedi". La coltivazione della vigna avviene in diverse fasi. Potatura: le piante devono essere potate drasticamente con le forbici potatoio per superare la stagione invernale e difenderle dal vento e per avere nuovi tralci più forti e vigorosi. Il tralcio rimasto, chiamato cimo deve avere due o tré occhi. Raschiatura: tutte le erbacce vengono raschiate con la marra e lasciate appassire. Copertura e concimazione: distribuite nel terreno, lungo i fìlari, le erbacce e le piante di legumi coltivate tra i fìlari e ormai secche si coprono con la terra al fine di concimare con la tecnica del sovescio. Alcuni contadini per rendere il terreno più ricco e fertile usano stereo di cavallo o pollino. Zappatura: verso marzo la terra lungo i fìlari deve essere smossa per renderla più soffice e permeabile usando il bidente, lo zappone o le marrette. Palatura: si mettono dei paletti, in genere le calocchie o, in mancanza di queste, le canne, messi a forma di X per sostenere i nuovi germogli. Legatura: mano a mano che i tralci si allungano, vengono legati ai sostegni con il sarracchio o con rami di ginestra precedentemente seccati ma tenuti a bagno prima di usarle. Durante questa operazione si procede anche alla scacchiatura per eliminare dalla pianta i cacchi e ^femminelle, tralci che non produrranno frutto ma che toglierebbero forza alla vite. Solfatura: per proteggere l'uva dai parassiti è necessario zolfare la pianta ogni quindici giorni usando il soffietto. Nelle stagioni, ma anche nelle zone più umide è necessario ramare con l'uso della pompa. Ai contadini sono necessari anche altristrumenti quali la falce, la pennata, il pennatino. Per adibire a vigna un terreno incolto i contadini ricorrono spesso allo scasso. Innalzano un muro a secco utilizzando blocchi di granito tagliato dalle coti presenti nella proprietà e poi riempiendo lo spazio ottenuto con terra che trasportano con i cestoni.

La campagna gigliese è disseminata di palmenti, delle vasche scavate nel granito e disposte su diversi livelli ma comunicanti tra loro. Queste un tempo erano usate per farvi il mosto. Infatti, non essendovi strade carrozzabili ed essendo il somaro l'unico mezzo di trasporto, era molto più pratico pigiare i grappoli nella vigna e trasportare in cantina il solo mosto versato con i chiovoli in otri di pelle di capra. Generalmente i palmenti erano sormontati da un capannello, una costruzione tipica di circa quattro metri quadrati con la copertura a botte e due piècole finestrelle.