LE STRADE MULATTIERE DELL'ISOLA

 

I QUATTRO MULINI DELL'ISOLA

 

LE CINQUE 'CASE' DELL'ISOLA E I PALMENTI

 

 

 

 

 

 

 

 

LE STRADE MULATTIERE DELL'ISOLA

Sono molte le mulattiere che partono dal Castello e si diramano in tutta l'isola; strade che hanno una storia e strade che sono servite per collegare il Campese, il Porto e molti posti di campagna e di mare.La prima strada mulattiera fu quella del Gronco che collegava il Castello al Campese con una deviazione in località Fontuccia o Canto del Turco. Questo nome che deriva dal fatto che quando sbarcarono i turchi al Campese per saccheggiare l'isola utilizza rono la strada del Gronco per raggiungere il Castello; quando trovarono una vecchietta che pascolava le pecore, a metà strada, essi le chiesero quanti abitanti c'erano al Castello, ma essendo sorda capì quante pecore c'erano sull'isola e rispose che erano mi gliaia. Molti dei turchi, impauriti da questo gran numero di abitanti, preferirono rimanere a metà strada dove uno di essi morì e venne sepolto in un canto ( angolo) di terra. E rimase il nome: la strada del Canto del turco. Dopo un po' di anni fu fatta quella della Costa, un'altra strada mulattiera che collegava Castello al Campese, con molte deviazioni, per dove si poteva raggiungere con un altro svincolo altre località, come la Valle della Botte, la Valle del Mulino e la Valle della Felce; queste venivano chiamate dai contadini gigliesi "carraie", erano strade che attra- versavano l'isola da strade più importanti per poi ricollegarsi tutte insieme. Sulla strada Castello - Campese ci sono quattro deviazioni: strada del Valliccione (a fondo chiuso), strada della Felce, che si collega con quella del Bastone e a sua volta con quella Castello - Campese via Costa, strada deìFAiarella che sul versante sud si collega al Campese, dove si unisce con quella del Franco e Pozzarelli. Poi c'è la strada Castello - Punta Capei Rosso; questa è una strada lunga nove chilometri, dove si trovano molte deviazioni per altre località. La prima si unisce al Fregiano (strada a fondo chiuso), la seconda deviazione è quella dell'Incudine dove a metà strada una parte raggiunge le Cannelle e l'altra scende fin sul Porto (questa un tempo era molto praticata per raggiungere le cave di granito e il Porto), poi sempre su quella dell'Incudine un'altra deviazione raggiungeva il Castello, via San Giorgio e Acqua Cagnacci. Sempre su strada Capei Rosso, quella della Piana raggiunge punta Torricella e Cala degli Alberi con una deviazione per spiaggia delle Caldane e Puntoni; sul lato sud-ovest per andare a Capei Rosso quella del Serrone che si divide, ai piani del Mortoleto, dove c'è una bellissima sorgente che serviva per far abbeverare gli asini che venivano da Punta Capei Rosso e Serrone, dove erano i noti vigneti dell'isola. La strada del Corvo ha tré deviazioni: la prima quella deìVAppiata con una strada che raggiunge la punta della Penna e Piani della Vena; la seconda quella del Familiari (a fondo chiuso), ma sulla metà strada una deviazione raggiunge il Catolo del Corvo, che poi sbocca sui piani delle Porte e di nuovo al Castello, ma sul versante Pagana. Castello - Campese via strada delle Grotte: anche questa è una bellissima strada che unisce Castello al Campese, dove verso la metà una deviazione rag- giunge Poggio della Fontuccia e un'altra carraia si unisce a metà strada alla strada del Gronco, molto comoda ma soprattutto bella per le sue fattezze, tutta lastricata con lastre di granito. Castello - Punta Fenaio è una strada sul versante nord dell'isola, importante per tutte le deviazioni che univano molte località di campagna e di mare, la prima per punta di Radice, la seconda per punta delle Secche, dove finiva proprio in cima al mare. Sul lato est quella di Cala Monella e quella della Calbugina, due deviazioni molto belle, tutte strade fatte con scale di granito e lastre comode per scendere al mare. Castello - Porto: questa è una delle strade più importanti dell'isola. Collega i due centri più importanti, è una bellissima strada tutta fatta di lastroni di granito lavorato a mano; ha tré deviazioni: una per guidassegno, una per il Santo e l'altra per Spiaggia dell'Arenella. In passato è stata molto praticata per scambiare prodotti di campagna che venivano dati in cambio di pesce e quindi non passava giorno che non fosse transitata da entrambi gli abitanti di Porto e Castello. A metà strada ci sono due impronte di ginocchi: queste vengono chiamate "i ginocchi del diavolo", e ancor oggi si possono notare benissimo. Ma quello che più nuoce a tutte queste bellissime mulattiere esistenti sull'isola è che per il novanta per cento sono chiuse da rovi e sterpaglie, quindi non sono transitabili, ma una volta riattivate si potrebbe girare l'isola palmo per palmo.


I QUATTRO MULINI DELL'ISOLA
Nell'Isola del Giglio ci sono quattro mulini: i primi due, ad acqua, sono stati costruiti intomo al 1200, un terzo, a vento, appena sotto il Castello, e l'altro, sempre a vento, fu costruito alcuni anni dopo che quelli ad acqua non erano più in funzione. Il primo, quello più vecchio, venne fatto sul Poggio alle Mandrie dei boi, un poggio alto 430 metri sul livello del mare. Questo funzionò molto poco: primo perché era scomodo per la trebbiatura e spuliatura, e poi perché il vento era troppo forte e non si poteva lavorare comodamente. Infatti si dice che il vento, durante la lavorazione, ne fece addirittura crollare una parte. Fu poi abbandonato, ma ancora oggi si notano benissimo i resti delle mura rotonde e alcuni pezzi delle macine di granito sotterrate dalla polvere dovuta al vento persistente. Il più importante era quello della Valle del Dolce che funzionava ad acqua, un capolavoro ancora oggi visibile e fatto tutto di sassi e calcina del Franco, con tubazioni di granito per portare l'acqua alle pale. Sopra, alla distanza di dieci metri c'è un'enorme vasca a forma di diga che serviva per convogliare tutta l'acqua della valle e soprattutto quando in estate la valle ne buttava poca, per via delle piogge scarse. Questo posto era stato scelto per via dell'importanza della valle che, oltre all'acqua, aveva anche all'intemo terreni molto fertili, per via del grano che era riparato da molti venti che lo potevano danneggiare. Era anche un posto comodo per la trebbiatura: il grano veniva trebbiato con il "manicone", un attrezzo composto da due legni (uno più grosso per l'impugnatura e uno più fino) legati uno all'altro con un pezzo di corda girevole. I contadini battevano sopra i mannelli sino a far uscire tutti i chicchi e poi con un recipiente il grano veniva spuliate al vento, sempre sopra ad uno scoglio piano, e poi portato al mulino, che era a pochi metri, dove le grosse macine di granito lo trasformavano in farina pronta per il pane. Dopo che la farina era pronta, allora serviva anche l'asino per portarla al Castello, perché il mulino distava circa due chilometri. Dopo alcuni anni fu abbandonato per via delle grandi siccità che ci furono sull'isola. Successivamente però ne venne costruito uno nuovo, identico a quello già esistente, nella Valle del Mulino che è sempre la stessa valle, ma tré chilometri più in basso, dove si convogliano altre tré valli e dato che c'era qualche sorgente, avevano più acqua e potevano macinare. Anche questo, però funzionò per pochi anni, un po' perché era molto scomodo come posizione, ma anche perché venne a mancare l'acqua anche qui. Nel giro di qualche anno fu costruito quello a vento, sul Poggio delle Pianelle, una località vicino al Castello. Ancora oggi si può notare la struttura rotonda e alta circa dieci metri e le macine di granito bianco che sono di fianco. Una costruzione perfetta, ma soprattutto un posto ideale per il vento: posto su uno scollato, prendeva il vento da quasi tutti i quadranti ed il posto era anche comodo per la trebbiatura del grano, dato che a pochi metri di distanza c'era l'aia di Santa Croce. Accanto si può notare anche un altro stabile che serviva in caso di pioggia per ripararsi durante il lavoro.

LE CINQUE 'CASE' DELL'ISOLA E I PALMENTI
Ci sono, sull'isola, cinque case a due piani, che furono costruite subito dopo il Castello; due di queste si trovano in località Pinocchio, una allo Scoglio Nero, l'altra nella Valle di Sant'Antonio e una al Centopelle (località Corvo). Quasi tutte si trovano nella stessa zona, alla distanza di poche centinaia di metri l'una dall'altra. Il motivo si capisce bene perché, non essendoci state vigne ne grano, dato che il terreno non era molto adatto, veniva usato per la pastorizia e per questa attività erano state costruite le abitazioni. Sono case quadrate a due piani, grandi una decina di metri quadri e fatte tutte a lastre di pietra di granito; non hanno nessuna finestra e il tetto è a volta, con piccole lastre messe a spina di pesce, murate con argilla e infine uno strato di calce e sassi tritati per non farci piovere. Tutte di fianco hanno un recinto costruito con grosse lastre di granito, alte minimo tré metri. Queste servivano la sera per chiudere le capre e le pecore; qualcuna è anche divisa all'interno da un muro e si formava un altro locale che serviva per i maiali e le galline. Ci sono ancora delle vasche di granito scalpellato dove veniva messa dell'acqua o del foraggio. Nelle abitazioni, ormai in rovina, si notano ancora delle scaffalature fatte di stipiti di granito che servivano per poggiare il formaggio quando veniva messo ad asciugare e il camino basso a piano terra dove veniva bollito il latte per poi lavorarlo. Il piano superiore, invece, serviva per dormire, infatti nel muro ci sono ancora oggi delle buche dove venivano poggiati dei travi di legno da una parete all'altra e veniva fatto una specie di palco con delle tavole di traverso e della paglia sopra per renderlo più morbido. Li dormiva anche una decina di persone. La cosa più importante era l'acqua e visto che ne serviva molta anche per abbeverare le bestie, le case avevano tutte di fianco un deposito scavato nel masso, tipo una cisterna e questa veniva adoperata soprattutto durante d periodo estivo quando le valli della Vena e di Sant'Antonio non buttavano più per via della siccità. Nella campagna dell'isola ci sono decine e decine di Une o palmenti: ogni proprietario di vigna ne aveva una o addirittura due. Quelle più importanti per quanto riguarda la struttura e la capacità di contenere più vino delle altre, sono quelle della Valle del Corvo, del Dobbiarello e delle Secche. Si tratta di vasche scavate nel granito e fatte al tempo del Granducato di Toscana e si dice che per fare questa opera ai contadini veniva dato anche un contributo. Le tine venivano fatte in uno scoglio quasi sempre in discesa di modo che si potesse creare una vasca più alta e l'altra più bassa per dividere il vino dalle vinacce per mezzo di un buco scavato al centro. Queste strutture erano state realizzate degli stessi contadini per ridurre il lavoro: in quel modo portavano nelle cantine del Castello soltanto il liquido e invece di fare dieci viaggi di uva ne facevano solamente quattro di vino risparmiando tempo e fatica; il vino veniva trasportato con l'asino in otri di pelle di pecora o capra. Quando in seguito le stagioni cambiarono e in settembre le piogge davano fastidio, i contadini pensarono di costruire sopra la tina un palmento, cioè un capannello, fatto di sassi e calcina e con la volta di mattoni tritati, impastati sempre con la calcina della fornace del Franco. Sono anche murate alcune tine perché, quando venivano scavate, il masso non era compatto e sul fondo si trovavano delle venature, perciò, non essendo stagne, venivano stuccate con la stessa calcina.