immagine copertinaIntroduzione di Cesare Scarfo’, per Save Giglio

Al nostro articolo, pubblicato su questa testata il 3 settembre (https://www.isoladelgiglio.net/main/2855-14-tonnellate-di-esche-avvelenate-su-montecristo-i-segreti-dell-ente-parco.html), hanno risposto pochi fedeli dell’Ente Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, tra i quali Francesco Mezzatesta, col suo articolo intitolato “nello scontro tra naturalisti e animalisti ripartono le bufale sull’isola di Montecristo

(https://italialibera.online/ambiente-territorio/nello-scontro-tra-naturalisti-e-animalisti-ripartono-le-bufale-sullisola-di-montecristo/), pubblicato da Italia Libera ed altre testate giornalistiche il 9 di settembre. In tale articolo, Mezzatesta, difende ed elogia l’azione dell’Ente Parco e coadiutori, affermando che dopo la distribuzione via elicottero di oltre 14 tonnellate di bocconi avvelenati avvenne un miracolo: “il risultato straordinario arrivò portando alla scomparsa del ratto alieno senza danneggiare né anfibi, come il Discoglosso sardo (…), né le capre di Montecristo”. Tuttavia, esistono molte evidenze che suggeriscono che questa affermazione molto ottimistica non sia accurata. Il ratto è ancora presente sull’isola, nonostante ildisastro ecologicocausato dalla massiccia quantità di rodenticida lanciato sull’intera isola, in terra ed in mare.

masseti figura 1L’Ente Parco e coadiutori, infatti, hanno praticamente eradicato da Montecristo la Capra aegagrus, che costituiva l’unico nucleo di capre selvatiche esistente in Italia sin dal Neolitico. Per non lasciarne traccia, non l’hanno eliminata solo dall’isola ma anche dal piccolo Museo dove non è più esposto un bell’esemplare di Capra aegagrus, ma due esemplari di Capra della razza antica corsa, una razza domestica di recente introduzione, a dimostrazione che il fenotipo egagro non sia più rappresentativo delle capre oggi presenti sull’isola, perché probabilmente non sono sopravvissute all’ingestione dei bocconi contenenti “brodifacoum” lanciati dall’Ente Parco e coadiutori. L’Ente Parco, specializzato in eradicazioni, si appresta ora ad eradicare il Muflone (Ovis orientalis) dall’Isola del Giglio, questa volta non utilizzando bocconi avvelenati come per la Capra aegagrus, ma tramite squadre organizzate di sparatori.

Ma leggiamo cosa è accaduto alle Capre di Montecristo e cosa sta per accadere ai Mufloni del Giglio, dalla risposta che il professor Marco Masseti, zoologo e paleo-ecologo esperto di caprini selvatici e di ambienti insulari mediterranei, ha dato all’articolo, sopra citato, di Francesco Mezzatesta.

 

 

 

Risposta del Professor Masseti a Mezzatesta:

 

masseti figura 2Fino a pochi anni fa il museo di Montecristo ospitava un esemplare di Capra aegagrus

Fino a non molto tempo fa, il fulcro del piccolo museo di storia naturale dell’isola di Montecristo era costituito da una teca di vetro che ospitava un bel maschio adulto naturalizzato della locale capra selvatica. L’animale presentava lunghe corna a forma di scimitarra, con il mantello bruno rossiccio chiaro su cui spiccavano le tipiche zone scure della specie su muso, zampe, spalle e linea dorsale, mentre la colorazione della pancia era crema-biancastro. Si trattava in tutto e per tutto di un egagro o capra selvatica, Capra aegagrus, ancora oggi diffuso in parte del Vicino Oriente, a Creta e su alcune isole minori del Mare Egeo. Secondo il celebre zoologo Augusto Toschi, che nei primi Anni Cinquanta del secolo scorso ebbe modo di soggiornare a Montecristo e di studiarne la fauna, i locali ungulati corrispondevano in pieno ai fenotipi del vero e proprio egagro (Figura 1). Questo fatto faceva sì che si trattasse della popolazione più occidentale della specie.

Oggi nel museo, non è più esposta la Capra aegagrus ma due Capre domestiche dell’antica razza corsa

Oggi, nel nuovo allestimento del museo di Montecristo, il vecchio esemplare non compare più, forse perché deteriorato dal cattivo mantenimento e non restaurato. É stato sostituito da altri due animali naturalizzati, un maschio ed una femmina adulti, che però non corrispondono più ai caratteri fenotipici descritti da Toschi per la popolazione isolana. Gli esemplari attualmente in esposizione sono due rappresentati dell’antica razza domestica corsa, caratterizzata anch’essa in ambo i sessi da corna a forma di scimitarra (più lunghe nei maschi) e dall’assenza delle tettole, le due appendici cutanee ai lati del collo di alcune etnie di capre domestiche (Figura 2). Il loro mantello è però più o meno uniformemente bruno e manca delle caratteristiche zone scure della specie. Questa razza è stata importata a Montecristo in epoca piuttosto recente, probabilmente nel corso degli Anni Cinquanta e/o Sessanta dello scorso secolo per rinsanguare la popolazione selvatica locale ormai ridotta sull’orlo dell’estinzione a causa di una caccia senza sosta e regola. Quando una società privata prese in concessione l’isola per trasformarla in un esclusivo Hunting Club per le attività venatorie di terra e la pesca d’altura, ci si deve essere resi conto che le capre selvatiche erano quasi del tutto scomparse e così si è probabilmente cercato di rinfoltire il patrimonio faunistico isolano con l’importazione di animali domestici che potessero essere abbastanza simili a quelli originali dell’isola. La vicina Corsica ospita ancora interessanti contingenti di capre dell’antica razza locale. Forse è questa la ragione per cui, nel dépliant del 1970 Montecristo ovvero “Del Privilegio” che illustrava le meraviglie del club che stava per essere inaugurato sull’isola, si invitavano espressamente i futuri cacciatori a privilegiare l’abbattimento degli individui con “balzane chiare” e “macchie sul costato”, caratteri fenotipici che nessun zoologo prima di allora aveva mai segnalato per le capre di Montecristo.  

Per rendersene conto non è necessario raggiungere la piccola isola tirrenica ma basta cercare in internet la voce “museo di Montecristo”, dove appaiono alcune foto del nuovo allestimento del museo. Perché è stata sentita la necessità di questo cambiamento? Il fenotipo “egagro” non corrisponde più a quello manifestato dalla popolazione ircina dell’isola?  Cosa può essere successo, se una ricognizione condotta sull’isola per conto della Gestione Ex Azienda di Stato per le Foreste Demaniali ancora nell’estate del 1998 aveva rivelato la sopravvivenza di un terzo di ruminanti a fenotipo “egagro”?

Praticamente tutte le capre del fenotipo egagro rimasero fuori dal recinto durante il lancio dei bocconi avvelenati

Fra il 2010 ed il 2014, su Montecristo è stato condotto il LIFE Project+ Montecristo 2010, cofinanziato dalla Comunità Europea ed essenzialmente finalizzato all’eradicazione del ratto nero, Rattus rattus, e dell’ailanto o albero del paradiso, Ailanthus altissima. Per eliminare il roditore si è fatto ricorso alla distribuzione di un’enorme quantità di pellets avvelenati sul territorio isolano anche mediante l’ausilio di lanci effettuati dall’elicottero. Fra le conseguenze più dirette di quest’azione si è assistito alla totale scomparsa dei conigli isolani, mentre non si sa più niente del discoglosso sardo, Discoglossus sardus, un anfibio che è (era?) riuscito a sopravvivere su Montecristo fino dall’epoca terziariaIn compenso, però, il ratto è ancora presente sull’isola. Per evitare che anche tutte le capre morissero avvelenate in conseguenza dell’ingerimento delle esche (Montecristo è un ambiente molto scarso di risorse trofiche), i responsabili del progetto LIFE hanno realizzato un recinto di qualche ettaro sul promontorio del Belvedere, una delle poche zone dell’isola dominata da una discreta vegetazione ad alto fusto. Vi sono state introdotte una quarantina di capre, evidentemente senza fare attenzione ai fenotipi che vi si rinchiudevano, con il risultato che praticamente quasi solo queste capre captive si sono salvate dall’avvelenamento. Quasi nessuna di esse rispondeva però al fenotipo “egagro”.  Cosicché si può dire che gli ungulati che oggi si conservano a Montecristo non hanno più le caratteristiche morfologiche che distinguevano gli egagri originali, ma sono quasi esclusivamente rappresentati dagli animali discesi dagli individui dell’antica razza corsa introdottivi in epoca storica recente.

Dalla tragedia dell’avvelenamento alla Beffa del Bio Parco di Roma

Questa tragedia naturalistica si è perfino colorata di una nota comica.  L’8 novembre 2012 i responsabili del progetto LIFE+ Montecristo 2010 hanno portato alcune capre di Montecristo in un recinto del BioParco di Roma, inaugurato con un’apposita cerimonia che ha avuto luogo in pompa magna il 5 dicembre del medesimo anno.  Nessuno di questi individui però corrispondeva ai fenotipi descritti da Augusto Toschi e da altri studiosi per la capra isolana.  Uno di essi era addirittura nero. L’ironia della sorte ha poi voluto che sull’esterno del recinto che racchiude gli animali spiccasse un cartello con un’immagine completamente diversa da quella degli ungulati che vi sono rinchiusi, contraddistinta dalla colorazione tipica della vera capra di Montecristo.

Lo stesso approccio “scientifico” accomuna i progetti “Life Montecristo 2010” e “LetsGo Giglio

Con un approccio scientifico simile a quello che ha decimato la già esigua popolazione di capre a Montecristo, i responsabili del nuovo progetto LetsGoGiglio - Less alien species in the Tuscan Archipelago: new actions to protect Giglio island habitats (LIFE18 NAT/IT/000828), cofinanziato dall’UE tramite il Programma Life+ per un totale di 1.6 milioni di euro nel periodo 31/07/19 – 31/12-23, si apprestano adesso ad eradicare dall’isola del Giglio i mufloni, Ovis orientalis, ivi presenti, nonostante la presa di posizione contraria da parte degli abitanti dell’isola, di una larga porzione dell’opinione pubblica e di vari esperti del settore.  I responsabili del progetto giustificano la necessità di un simile intervento adducendo come scusa il fatto che le belle pecore selvatiche erano state introdotte per motivi esclusivamente venatori fra gli anni 1960-1970, oltre ad essere causa di ingenti danni all’agricoltura. In realtà, l’attuale popolazione di mufloni presente sul Giglio è stata costituita un po’ di tempo prima, intorno alla metà degli Anni Cinquanta del secolo scorso, per interessamento degli zoologi Alessandro Ghigi, Augusto Toschi, Renzo Videsott e grazie alla dedizione di Ugo Baldacci che mise a disposizione una sua proprietà recintata nell’isola, sul promontorio del Franco. La costituzione di questo nucleo storico fu motivata da esigenze di carattere meramente conservativo, perché nell’ambiente zoologico internazionale c’era il timore che la specie fosse prossima all’estinzione in Sardegna e Corsica. Mantenere dunque il gruppo dei mufloni gigliesi equivarrebbe a preservare un pool genetico e fenotipico di indubbia importanza biologica, oltre che storica. La sua eradicazione porterà ad una perdita irreversibile sotto il profilo biologico. Inoltre, i millantati ingenti danni che gli animali producono annualmente all’agricoltura assommano nella peggiore valutazione a non più di 1.200 euro in un periodo cronologico di 14 anni, compreso fra il 2007 ed il 2021 (danni richiesti da un unico agricoltore per un terreno privo di recinzione). Vale la pena di ricordare che una raccolta di firme, lanciata dagli agricoltori gigliesi contro l’eradicazione dei mufloni dall’isola, ha già superato le 5.200 sottoscrizioni.

Una domanda sorse spontanea a Mezzatesta ed a tutti voi che leggete

A questo punto, caro Francesco, mi sorge spontanea la domanda: è questo il modo che abbiamo in Italia per favorire la salvaguardia e la protezione del nostro ambiente naturale?

Marco Masseti

   

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